Post del forum

addessielena
28 apr 2022
In Discussioni generali
A dire il vero ero uno scrittore in erba e l’erba me l’ero bruciata tutta: piegato sulla tazza, in croce sul pavimento, orizzontale sul materasso. Ero squattrinato, con i peli del naso stressati. Per cominciare andava bene. Niente male. Mi tiravo su. Tutto o.k. Avevo solo bisogno di una storia prima che un figlio di puttana qualunque mi fottesse il personaggio giusto. Uno che non scivolasse tra il banale Antonio ed il comune Rossi: l’Arturo Bandini di Chiedi alla polvere, l’Hanry Chinaski di Hollywood, Hollywood. Roba che con quel nome gli editori mi avrebbero riso in faccia. Mancava l’ironia sotto il nome, un po’ di cinismo nella disperazione. Ad Ostia Mare suonavano i Flaminio maphia. Bell’idea per il personaggio, peccato fosse di qualcun altro. Erano tempi duri nella mia stanza. Misuravo i buchi del soffitto: tarme, ragni, mosche, tapparelle; le unghiate di Marta sull’uccello. Uno studio interessante. Lavoravo di testa, sfidavo i muri. Crepe, mattoni, cemento armato. Dunque, aspettavo una storia che mi pugnalasse. Ghiaccio incandescente. Da qualche parte doveva piovermi nel petto e sventrarmi. Ci voleva pazienza, perseveranza, il coraggio di starsene sdraiati a fumare e ammazzare l’attesa prima che ti finisse lei. Ero un fottuto artista e lo sapevamo solo io e Dino. Questo era importante. Fondamentale. Ci sapevo fare. Avevo il mix giusto. Esplosivo. Avrei sfondato. Dino vomitava rum e tequila. Patetico. A volte l’alcool mi disgustava. Per fortuna arrivò Marta. Quella vera. Carne e ossa. Le stelle danzavano un lento dolcissimo al chiaro di luna. Noi due a piedi nudi, nudi: ferri rugginosi sbatacchiati qua e là dalle onde. Polpi corrosi. Stretti a galla. Spuma e sale. Ad Ostia mare tra sabbia, mozziconi di sigarette, fanghiglia acquitrinosa, polvere di luna e conchiglie, troneggiava un residuo bellico. ‘For your children’: bomba tedesca griffata a svastica con dedica americana. Io e Marta eravamo un’eccezione. Quella sera, cominciò a nascere e morire un lui o una lei. Quella sera, cominciò a nascere e morire qualcosa o qualcuno. …Chiudi gli occhi nei miei e con un bacio incendiami l’anima. Qui dove il secolo è il battito e il battito è un unico respiro. Un ponte tra noi. Due corpi in uno. Carezza eroina. Marta era una dritta. Dipingeva col corpo. Tele, pareti, il mio ventre. Lei non immaginava i buchi neri e i vortici, i puntini viola in volo schizzinoso nella mia stanza. Serpenti, o lividi, denti aguzzi di squalo, pesci spolpati, branchie scoppiate in aria, spine ficcate negli occhi: lì, dove tutto è blu. Liquido. Denso. Piatto. Notte, più che mare. Lei non intuiva. Il battito dell’orologio. L’ora ferma. Lo stop. Prese dei colori anche per me. Rosso scuro, pece soprattutto. Pochi, però. Troppo stretta e angusta la mia stanza, per poterla colorare… A Marta non piacevano le cose scontate. La divertivano il sottosopra, mostri e sangue, schiene curve, unghie e graffi, candele sciolte, dischi di vinile: acid house. L’inferno, prima della morte boia. Scintille d’ossa. Furia animale. O noia. Io non sopportavo le tipe normali. L’orgia cristiana del bla bla bla. Andavamo d’accordo io e Marta. Niente da dire. Ci pigliavamo.
CAREZZA EROINA di Gianfranco Mattera - Inedito, parte 2, 2008. content media
3
1
18
addessielena
19 feb 2022
In Discussioni generali
Forse Dino non aveva tutti i torti: ad Ostia Mare il governo avrebbe dovuto vietarle certe cose. Libri, fiori, smancerie, droghe, dichiarazioni d’amore. Era un gioco bello, ma pericoloso. Dino me lo diceva: - Tony, sei un fottuto cronico. - Ed io non avrei più fatto uso di trip e acidi o scopato con una donna. Di Bunker Hill l’Ostia Mare che ci apparteneva aveva palazzi condominiali grigi e in serie, la boxe di palestra e di strada, bulli tatuati in canottiera, bidoni di cherosene, carcasse d’auto, lunghe linee ondulate di catrame sulla spiaggia, due o tre pescherecci, uno yacht di passaggio, qualche pellicano. C’era chi spacciava. Chi ballava nudo e ubriaco e ringhiava alle stelle e si buttava o lo buttavano in acqua. Chi rideva e piangeva. Chi sputava. Chi schiodava e dava di matto. Chi mostrava i pugni. Chi li scaricava in faccia: operai imbufaliti, madri disperate. Harley davidson, star di Cinecittà e volanti di polizia da quelle parti ne sgommavano poche. Io e Dino, vent’anni, ultima porta del cielo, ultimo piano: Bob Marley, Che Guevara, poster a stelle e strisce, croste in bilico sul muro. Io e Dino, il sogno americano: due aerei con ali di cartapesta, colati a picco, in mare. E ce lo fumavamo: on the road, coast to coast, a zoccole e marijuana. Cannavo, al massimo tiravo di naso. Un tiro caldo e profondo aspirato come un cazzotto nello stomaco, l’altro freddo sputato col sangue. Era divertente. Davvero uno spasso. Luna park: giostre, bambole di pezza, palloncini, zucchero filato. Marta era ancora lontana: farfalla baciata dalla rugiada. Un sogno che non osavo sognare. Dino mi procurava fumo e soldi. Voleva che non perdessi tempo e trovassi un lavoro. Scaricava cassette di acqua minerale, lui, nei bar di Roma. Avevamo lo sballo in comune. Abitavamo una stanza vorticosa e le mura ci si scaraventavano addosso. Lui non capiva l’importanza di fissare il televisore spento, ascoltare i rumori dalla strada e partorirne una stella danzante. C’era puzza e sudore anche in quello. Era fico, maledetto, intellettuale.
CAREZZA EROINA di Gianfranco Mattera - Inedito, parte 1, 2008. content media
1
0
39
addessielena
Collaboratore
Altre azioni